I regni nascosti. Amicizia e Natura in Miyazaki e Tolkien

Un nuovo evento organizzato da “La Contea” si terrà tra pochi giorni a Messina, e siete tutti invitati.
“I regni nascosti. Amicizia e natura in Miyazaki e Tolkien”, tenuto dai membri dell’associazione Giusy Gerace e Francesco Tomasello, porrà a confronto le opere e i temi dell’amato regista d’animazione giapponese Hayao Miyazaki con quelli di J.R.R. Tolkien, alla ricerca di punti di contatto, ma soprattutto di una maggiore comprensione di entrambi.
Giusy Gerace, che è anche autrice della splendida locandina che vedete di seguito, presenta così “I regni nascosti” presenta così l’evento su Facebook:

“Due autori geograficamente distanti: J. R. R. Tolkien filologo, professore, scrittore inglese e Hayao Miyazaki regista, animatore, fumettista giapponese. Entrambi creatori di mondi epici e straordinari, accomunati da una grande severità e passione nei confronti del proprio lavoro. Al di là di ogni confine e definizione, le loro opere veicolano importanti valori universali. Come raccontano l’amicizia? Come si pongono nei confronti della natura? Cosa accomuna le loro visioni? Vi aspettiamo a “La Feltrinelli Point”, domenica 20 maggio alle 18.00, per riflettere insieme su questi temi.”

Locandina

Link dell’evento: https://www.facebook.com/events/1043441595793701/

Vi aspettiamo numerosi!

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“Home and Hearth”, il nostro Tolkien Reading Day 2018

“Pochi ma buoni” ci capita spesso di dirlo alla fine di un incontro,  e in una giornata piovosa come lo scorso 25 marzo è facile comprendere le difficoltà che si ponevano per chiunque volesse partecipare all’incontro nella libreria Doralice, uno dei luoghi principali delle nostre riunioni, in occasione del Tolkien Reading Day. Pure, si è trattato di un momento davvero produttivo, che dimostra la validità della direzione che abbiamo intrapreso, ovvero concentrare la nostra attività sul dibattito e il confronto sulle opere di Tolkien intese, appunto, come opere letterarie, come storie che nascono da testi scritti e che in essi noi ricerchiamo e riscopriamo ogni volta, piuttosto che commentare il lato ludico, collezionistico, dei cosplay o dei giochi a tema o di tutti quegli altri piacevolissimi argomenti che dalle storie della Terra di Mezzo derivano, ma di cui non sono certo l’incarnazione più autorevole, e ai quali, in ogni caso, i gruppi e le iniziative propriamente dedicati non sono certo pochi.

A moderare l’incontro è stato il nostro amico Fabio Pagano, che ha ricercato il tema della casa e quelli che ad esso si legano (l’amore e la nostalgia verso di essa, e dunque i sentimenti verso la terra, e quelli verso la patria) in diversi punti del Signore degli Anelli. In Tolkien, questo l’inizio del suo discorso, il lieto fine non coincide con il coronamento di una storia d’amore, o con la vittoria contro il nemico, ma si ha col ritorno a casa, che è dunque luogo di conclusione come, pure, luogo di avviamento. Sia ne Lo Hobbit che nel Signore degli Anelli la storia ha inizio e conclusione a casa Baggins, dalla quale Bilbo e Frodo partono per il loro viaggio -rispettivamente, un’avventura e una missione- il cui senso non si esaurisce una volta raggiunto il suo scopo -la riconquista del tesoro e la distruzione dell’Anello- ma solo dopo aver visto il ritorno; un ritorno che porta un Hobbit ormai nuovo a misurarsi con la sua realtà abituale, che nel frattempo è rimasta la stessa.
Possiamo dire, in effetti, che una delle maggiori difficoltà vissute dagli Hobbit, anche dal nostro punto di vista, è quella di riprendere la propria tranquilla, regolare vita nella Contea, alle prese con i problemi della quotidianità e le piccole beghe con vicini e parenti (qualcuno ha parlato di cucchiai d’argento?), dopo aver vissuto da protagonisti nei grandi eventi del loro tempo. Eppure, è proprio tipica della poetica di Tolkien questa prospettiva, questo problematizzare ciò che è grande e ciò che è piccolo, risolvendolo a favore di una vera grandezza contenuta in quella che, convenzionalmente, pare la piccolezza.

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“The Hall at Bag-End, Residence of B. Baggins Esquire” di J.R.R. Tolkien

Abbiamo letto della dispensa di Bilbo ne Lo Hobbit, quella dispensa che Gandalf pare conoscere meglio di lui e dove è conservato ogni genere di bendidio, che riflette la vita di una persona sedentaria, convinta che avrebbe passato il resto della propria vita a consumare pasti abbondanti e invitare a prendere il tè tanto gli amici quanto i sedicenti organizzatori di avventure come Gandalf -del quale rifiuta, appunto, l’invito per l’avventura, ma non per questo non è disposto a riceverlo per un tè il giorno seguente-, fino al momento inaspettato in cui accetta proprio una di quelle avventure.
Gli indovinelli di Gollum dimostrano come persino lui, dopo tanti anni trascorsi nel buio e nell’umidità, avesse un ricordo del mondo di sopra, dei fiori e della giovinezza trascorsa insieme alla nonna, come traspare da uno degli indovinelli posti da Bilbo, cui la creatura riesce a rispondere “il sole e la margherita”.
La casa come idea, che si porta con sé quando l’oggetto fisico è lontano, questo traspare fortemente in entrambi i romanzi, e nei momenti di raccoglimento, o prima di addormentarsi, gli Hobbit rivolgono sempre ad essa il proprio pensiero e la loro nostalgia, sicché tutte le esperienze incredibili che vivono, pur colte nel loro valore, non sono più forti della speranza di ritornare a casa.

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Dalla Gazzetta del Sud di domenica 25 marzo.

Naturalmente, non sono mancati i momenti di digressione: commentare passi di un autore che spesso usa una sola frase per dire due cose, che inserisce messaggi e osservazioni tra le righe, porta sempre a trovare nuove chiavi di lettura e a ipotizzare qualcosa che non si era ancora ipotizzato. La riflessione su Gollum e la presa dell’Anello su di lui, per esempio, ha avviato più di un dibattito, a proposito del male e della redenzione, o della sua impossibilità, e a proposito di come il passaggio dell’Unico da un portatore all’altro sia sempre stato seguito dal sangue, fino al momento del furto di Bilbo, che ha lasciato in vita il precedente portatore, Gollum appunto, con quell’atto di pietà profondamente connessa alla disfatta di Sauron, nei cui piani un simile sentimento, e la possibilità che esso avesse un tale potere, non erano compresi.

Siamo profondamente appagati quando viviamo occasioni come questa, dove appassionati e curiosi, legati innanzitutto dalla lettura di un autore, e che trovano spunti anche per via del confronto tra questo e tanti altri autori, condividono qualche ora del loro tempo discutendo di quell’autore, liberamente, creativamente, scoprendolo e riscoprendolo ogni singola volta. E siamo fiduciosi che queste occasioni possano solo avere esiti sempre migliori.

Tolkien Reading Day 2018

Manca poco al Tolkien Reading Day di quest’anno.
Il Tolkien Reading Day, dal 2003, è la ricorrenza tolkieniana più importante dell’anno insieme al Tolkien Birthday Toast; se questo ricorda, il 3 gennaio, la nascita del Professore, il Tolkien Reading Day è un’occasione per promuovere la lettura delle sue opere ed è stato stabilito cadere il 25 marzo, giorno in cui, nel calendario della Terra di Mezzo, si ha il compimento della missione della Compagnia dell’Anello, con la distruzione dell’Unico e la Caduta di Sauron.
Il 25 marzo studiosi e appassionati si riuniscono in tutto il mondo per leggere brani del Professore, scelti secondo un tema stabilito dalla Tolkien Society.
Questo il tema di quest’anno: “Home and Hearth: the many ways of being a Hobbit” (“Casa e Focolare: i molti modi di essere un Hobbit”.
Noi della Contea ci vedremo domenica 25 marzo dalle 17:30 alle 19:00 alla libreria Doralice, e speriamo di vedervi in tanti, per leggere e udire leggere e soprattutto discutere insieme su Tolkien, a proposito di questo tema e anche più in generale, perché Tolkien, per La Contea, significa soprattutto incontro.

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Il mistero di essere sé stessi in Chesterton e Tolkien

Cari amici della Contea, benvenuti, o ben trovati, nel nostro blog.
La nostra associazione, in questi giorni, ha avuto la possibilità di organizzare un nuovo, ricco evento, che speriamo sia solo il primo di tanti altri che faranno del 2018 un anno più attivo in cui vederci più spesso. L’incontro, una lezione del nostro impareggiabile esperto ed amico Paolo Gulisano, al tavolo dei relatori insieme a Nancy Antonazzo, dal titolo “Chesterton e Tolkien: Affrontare il mistero”, tenutosi venerdì 9 marzo presso l’istituto teologico “San Tommaso”, organizzato dalla nostra associazione in collaborazione con l’Associazione Cidi di Messina, con un’attenzione particolare da parte del preside del “San Tommaso”, don Giuseppe Cassaro, ciascuno dei quali ringraziamo ancora, è stato per qualcuno una riscoperta, un ritorno su alcuni passaggi e concetti già noti delle storie di Tolkien, ma per tutti la scoperta di qualcosa di nuovo, il superamento di un mistero, sia per quanti erano digiuni rispetto ai temi del Professore di Oxford, e sia per quanti abbiano fatto, quella sera, una prima, sintetica, ma decisamente ricca ed appagante, conoscenza di G.K. Chesterton.

Locandina Chesterton e Tolkien Affrontare il Mistero

Il discorso di Paolo Gulisano si è svolto attraverso due momenti, separati anche da una breve pausa, e dedicati ciascuno ad un uno dei due autori, partendo da Chesterton e individuando i punti della sua poetica che si ritrovano anche in Tolkien. I due hanno in comune la riscoperta del mito e dell’epica, ma anche la singolare posizione religiosa, appartenendo alla minoranza cattolica di un’Inghilterra per la maggior parte anglicana. Chesterton (1874 – 1936), scrittore estremamente eclettico, giornalista, saggista, autore di biografie religiose, si converte al cattolicesimo dopo un lungo e complesso percorso, di cui alcuni elementi chiave sono la lettura del Libro di Giobbe, la riflessione sul dolore umano subito senza colpa, come anche la ricerca e l’incontro. L’esperienza religiosa dei due uomini è accomunata anche dall’esempio del beato John Henry Newman (1801 – 1890), cardinale e grande filosofo, indagatore della verità cristiana, di cui Paolo ha ricordato il passaggio in Sicilia e la poesia “Guidami Tu, Luce Gentile”.

Noto soprattutto per le sue opere di narrativa, Chesterton si dedica a ben due forme della cosiddetta letteratura di genere, il giallo e il fantastico, entrambi sminuiti dalla critica letteraria ufficiale, anche se per ragioni differenti, e nobilita e l’uno e l’altro. La sua creazione più celebre, recentemente tornata in auge grazie a una serie televisiva della BBC, è indubbiamente Padre Brown, il prete detective, “padrino” di personaggi italiani molto amati, come don Matteo o il commissario Montalbano.
La sua opera d’esordio è un poema cavalleresco, “La ballata del cavallo bianco”, ambientato nell’Inghilterra antica, preistorica, nel momento dello scontro con gli invasori vichinghi. Parte dell’incontro è stata dedicata proprio alla lettura di alcuni brani, tratti dalle sezioni “L’arpa di Alfred” e “L’assalto finale”, oltre al suggestivo proemio:

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Il Cavallo Bianco di Uffington, Inghilterra, gigantesca figura preistorica di gesso.

“Prima che la stirpe degli dèi
avesse visto trascorrere la sua alba,
nella Valle del Cavallo Bianco
il Cavallo Bianco affiorò dall’erba.

Prima che la stirpe dei padri degli dèi
avesse bevuto a sazietà fino all’alba,
nella Valle del Cavallo Bianco
il Cavallo Bianco imbianchiva sul colle.

Era dopo era sulla terra di Britannia,
trascorso un eone dopo l’altro,
fu pace e guerra nelle terre dell’Ovest,
e il Cavallo Bianco guardava.”

 

 

Con padre Brown, Chesterton mette da parte l’epica medievale per dedicarsi all’epica della quotidianità. Se lo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle basa la sua indagine su un ragionamento puramente scientifico ed analitico, padre Brown, la risposta di Chesterton a quel tipo di giallo, è anche un indagatore dell’animo umano che sa che dietro un delitto, per dirlo con le parole di Paolo, “non c’è solo una malattia, c’è un malato”. Il giallo di Chesterton, d’altra parte, non è solo il resoconto di un caso, ma uno spaccato di vita, che l’autore intende essa stessa come mistero da esplorare. È proprio da quel mistero che nasce, alle origini della narrazione, il mito: “Il mito è una dimensione di domanda, perché nasce da quelle domande che sono nel cuore dell’uomo”.

Su questo Paolo ha voluto insistere: questi scrittori, insieme ad altri non meno importanti, come C. S. Lewis, sono riusciti a stupire un pubblico di lettori dell’epoca moderna, disincantati rispetto alla natura del mondo, proponendo racconti e leggende pieni di significati che danno nuovo senso al mondo; non passatempi, ma guide che sanno consigliare nella vita. Il fantastico affonda le sue radici in quelle storie mitologiche che sono le più antiche del mondo, e in questo non merita considerazione inferiore rispetto alla letteratura “mainstream”, che tende al realismo e alla critica sociale (entrambi, peraltro, mai davvero assenti nel fantastico); amplia la nostra percezione della realtà stessa, mostrandoci ciò che di essa tendiamo a dimenticare, non considerare più. Una frase chiave nel corso della conferenza è stata la celeberrima citazione dell’Amleto: “Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

Dal mito all’epica e alla leggenda, il discorso di Paolo Gulisano si è soffermato su un’altra frase chiave, proveniente da una delle tante versioni cinematografiche del corpus leggendario a noi più familiare, quello arturiano: nel film “Excalibur” (1981) di John Boorman, Merlino dichiara: “La maledizione degli uomini è che essi dimenticano”.
E uno dei concetti più rivoluzionari di Chesterton, una concezione della religione cristiana atipica rispetto al rigore e alla severità tradizionali, sta nell’aver scritto nel suo saggio “Ortodossia” (1908), sempre citando il nostro relatore, “che lo straordinario segreto del Cristianesimo è la gioia, e che il segreto della gioia è vivere con gratitudine. Vivere con gratitudine vuol dire avere sempre ben presente quello che abbiamo ricevuto, nel bene e nel male.”

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G.K. Chesterton

In Ortodossia troviamo anche una riflessione di Chesterton sulla fiaba, svolta secondo il procedimento, a lui caro, del paradosso: a proposito della cosiddetta “etica del paese delle fate”, trova le fiabe “assolutamente ragionevoli”, poiché sono imperniate su procedimenti logici, di immediata comprensibilità e linearità incredibile, che rispondono a una nobiltà d’animo e un’altezza di valori assolutamente esemplari: amare una cosa indipendentemente dalla sua amabilità (La bella e la bestia), l’abbattimento dello spropositato, cioè dell’eccessivamente orgoglioso (Jack l’ammazzagiganti), l’esaltazione degli umili (Cenerentola), la morte donata insieme a tutte le qualità (La bella addormentata nel bosco).
È grazie ad aneddoti fiabeschi, nonché al suo tipico uso del paradosso, che Chesterton analizza numerose questioni del pensiero moderno, e affronta anche le critiche: la sua idea della gioia è stata spesso attaccata, contrapposta al male e al dolore così diffusi nella vita e nel mondo, e una delle più belle risposte che lo scrittore abbia dato è espressa in una piccola storia in cui presenta, dopo aver elencato gli animali più graziosi del creato, il rospo, probabilmente tra i più sgradevoli, che in presenza del Signore, anziché imputargli la bruttezza, chiedergli “perché mi hai fatto così?”, dice “Grazie, Signore, perché mi hai fatto capace di saltare”. La via indicata da Chesterton è l’attenzione a ciò che si ha, piuttosto che a ciò che manca, e ricordare questi doni, dunque averne memoria, dunque vivere con gratitudine.

L’ultimo passo di Chesterton discusso in questo incontro è quello dell’incontro tra padre Brown e Flambeau in “La croce azzurra” (1910), dove il padre smaschera il grande ladro, fintosi prete, con la ricchissima frase “Voi attaccaste la ragione. Questa è cattiva teologia”, che rivela come l’autore, non ancora convertito nel momento della scrittura dell’opera, abbia pienamente compreso il Cristianesimo. Il mistero, per lui, vive nello stesso mondo della ragione.

Più che di fantasy, per Paolo Gulisano, con Tolkien si dovrebbe parlare di “neoepica”, di riscoperta del mito e dell’epica, e in un momento storico-culturale la cui direzione ideale era ben altra. Il discorso sul Professore ha toccato i suoi due romanzi più celebri, nonché gli unici che pubblicò in vita, Lo Hobbit (1937) e Il Signore degli Anelli (1954-1955).
Riprendendo il rapporto tra fantasia e realtà, Paolo ha citato il passo di “Albero e foglia” in cui Tolkien scrive: “ La Fantasia è una naturale attività umana, la quale certamente non distrugge e neppure reca offesa alla Ragione; né smussa l’appetito per la verità scientifica, di cui non ottunde la percezione. Al contrario: più acuta e chiara è la ragione, e migliori fantasie produrrà.”

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J.R.R. Tolkien

Paolo ha raccontato del successo del Signore degli Anelli, del fenomeno culturale che il libro ha prodotto a partire dagli anni ’60, della gran diffusione delle edizioni economiche in America. Un momento sentito, la risposta che Michael Tolkien diede, durante un’intervista, a una domanda in merito al successo ottenuto dal padre: «Almeno per me non c’è nulla di misterioso nell’entità del successo toccato a mio padre, il cui genio non ha fatto che rispondere all’invocazione di persone di ogni età e carattere, stanche e nauseate dalla bruttezza, dall’instabilità, dai valori d’accatto, dalle filosofie spicciole che sono stati spacciati loro come tristi sostituti della bellezza, del senso del mistero, dell’esaltazione, dell’avventura, dell’eroismo e della gioia, cose senza le quali l’anima stessa dell’uomo inaridisce e muore dentro di lui». Tolkien ha indicato e risvegliato quel sentimento nei suoi lettori di ieri come di oggi, e ciascuno di noi non può che riconoscersi in quell’invocazione del bello e del mistero, in quell’insofferenza a quella bruttezza e a quella vuotezza.

Nel passare in rassegna i punti dei due romanzi, si è parlato di come i loro eroi non siano grandi cavalieri o figure titaniche, ma i piccoli Hobbit, immersi in un mondo le cui origini risiedono nei miti e nelle leggende, pur essendo estranei sia a quel mondo che alle sue origini, in quanto interamente frutto della fantasia del Professore; di come entrambe le storie abbiano inizio con una chiamata, la chiamata di Gandalf dal sapore quasi evangelico, cui il primo protagonista, Bilbo, inizialmente risponde addirittura con un rifiuto dettato da ragioni di pura comodità (“le avventure fanno fare tardi a cena”), cambiando idea all’ascolto del canto dei Nani, mentre il secondo, che è Frodo, la accetta, allorché Gandalf lo avvia nel suo cammino, e successivamente, di fronte alla reale portata del male e della minaccia per la sua terra, si propone spontaneamente -e abbiamo letto i passi relativi del “Consiglio di Elrond”- per una missione infinitamente più pericolosa di tutte quelle già viste, creando intorno a sé un gruppo, del quale ammette fin da subito la necessità (“non conosco la strada”): non un campione che fa affidamento sulle sue proprie forze, ma un umile che forma una Compagnia, anch’essa vicina alle immagini del Vangelo.

E il male contro cui occorre compiere la missione è un male con un peso, un male che mette davvero alla prova, con cui ci si misura individualmente, con cui sale in superficie ciò che è più nascosto: richiamandosi a Tommaso Moro (1478 – 1535), con cui ha un rapporto particolarmente denso (del 2016 il suo libro “Un uomo per tutte le utopie – Tommaso Moro e la sua eredità”), e alla sua “Utopia” (1516), Paolo ci ha mostrato che nel romanzo dell’Anello Tolkien vuole dire, come lo diceva Moro, che al male non c’è mai giustificazione, che nessun fine può giustificare il suo impiego. Lo vediamo nelle vicende della caduta di Boromir e del tradimento di Saruman, sui cui abbiamo letto alcuni brani, tratti sempre dal Consiglio di Elrond, dal viaggio a Orthanc compiuto da Gandalf dopo la sconfitta, e anche nel momento della prova vissuta da Galadriel. Tutti passi che mostrano come, mentre i grandi come Saruman ed Elrond hanno gli occhi rivolti a grandi e terribili cose, trascurando quelle piccole, tocca agli Hobbit intervenire dove più conta.

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Un tema splendido è stato “Il Signore degli Anelli” come epica dell’amicizia, amicizia fatta di sacrificio, che non si vive come dolore, ma come atto d’amore verso gli altri: è così che Gandalf, così importante per l’esito della missione, si frappone tra la Compagnia e il Balrog per proteggere i suoi amici, è così che Frodo vuole proteggere Sam dall’Anello e che a sua volta Sam resta sempre vicino a Frodo attraverso tutti i dolori, fino a portarlo sulle spalle verso Monte Fanto, che Legolas e Gimli superano le barriere tra le loro genti, che Aragorn, nonostante non voglia entrare a Minas Tirith fino al momento della manifestazione della sua regalità, accetta di fare un’eccezione per guarire Faramir nelle Case di Guarigione (che Paolo ha eloquentemente accompagnato con la frase “Vieni, il tuo amico sta morendo).

 

L’incontro si è concluso con una riflessione sulle parole di Thorin a Bilbo ne “Lo Hobbit”, “In te c’è più di quanto tu creda”. Qui c’è non solo l’espressione di ciò che Thorin ha visto in Bilbo, né il riconoscimento di quello che è diventato; c’è una lezione per ognuno di noi, che ci dice che non siamo solo quello che vediamo, ma molto di più, che abbiamo potenzialità da esplorare, valori che non ci aspettiamo, che non siamo meno degli altri e che anche in noi, soprattutto in noi, c’è il mistero.
Ogni volta che si parla di Tolkien, quando il discorso si conclude sembra di aver sentito un’esortazione alle armi: partite anche voi con la vostra compagnia, battetevi e rischiate contro quello che non vi piace, che vi sembra ingiusto, perché ciò che ritenete bello e importante non venga svilito, non venga distrutto, si tratti della vita e del mondo per come lo conoscete, o si tratti semplicemente del diritto di raccontare storie fantastiche e di vedere il mondo nella sua ricchezza e complessità, impossibile, senza quelle storie. E in questa occasione, grazie al confronto con Chesterton, Paolo Gulisano ci ha lanciato anche un’altra esortazione, rivolta al mistero, alla ricerca, alla comprensione di noi e del mondo, una comprensione che non si raggiunge, come avrebbe detto Gandalf, rompendo le cose per vedere come sono fatte dentro, ma ponendosi razionalmente e amorevolmente nei loro confronti. L’amore e la ragione, in fondo, non si contraddicono. Anche questo è un grande mistero.

Frammenti di Gondolin…in Biblioteca

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La Biblioteca Regionale Universitaria di Messina in collaborazione con L’Associazione culturale “La Contea” e l’Associazione culturale “Yggdrasill” organizzano la mostra “Frammenti di Gondolin – le mostre di Eriador”.
Saranno esposti libri di e su Tolkien, edizioni rare dei romanzi, miniature e oggetti di vario genere attinenti l’universo de “Il Signore degli Anelli” e degli altri volumi dell’epopea.
La mostra sara inaugurata mercoledì 18 marzo alle ore 15,30 e seguirà i seguenti orari: dal lunedì al venerdì dalle ore 9,00 alle ore 13,30 ed il mercoledì dalle 15,30 alle 17,45.